Home| Chi siamo| Cosa facciamo| Perchè siamo nate | Spiritualità| La nostra storia | Libreria| Fondatore|Famiglia Paolina| Preghiere |Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata |Webmail | Mappa del sito

 

IL VANGELO SECONDO MARCO
(21)

 

L’insegnamento di Gesù sulla ricchezza (Mc 10,17-31) – Seconda parte

Il passo più completo che Gesù chiede al ricco possidente che lo interroga su ciò che deve fare per ottenere la salvezza, è quello di spogliarsi di tutto, sia dei beni materiali di cui dispone sia anche della propria vita, per poter corrispondere in pienezza alla vocazione ricevuta da Dio e per poter dedicarsi alla causa del Vangelo. Questo passo è richiesto a ciascuno di noi indipendentemente dalla vocazione ricevuta (infatti non è esclusivo di chi ha una chiamata particolare al sacerdozio o alla vita consacrata) e indipendentemente dalla condizione di vita e dall’età (il ricco possidente era certamente un uomo maturo, mentre l’evangelista Matteo parla di “un giovane” [Mt 19,20], età più adatta per compiere scelte vocazionali radicali). Questo passo, che comporta una totale consegna di se stessi alla parola di Gesù, non viene però compiuto da questo interlocutore di Gesù.

La tentazione è sempre quella di consegnare la propria vita ad altre mani, che non siano quelle di Dio o di cedere alla seduzione della ricchezza. In ebraico il termine “ricchezza” (reso con mammona) ha la stessa radice del termine “fede” (in ebraico, emunàh). Entrambi derivano dalla radice amàn (da cui hanno origine “amen” e “mammona”). Il suo significato è “appoggiarsi”, “dare fiducia”, “credere”. Sull’esempio di Gesù, il discepolo deve appoggiarsi unicamente in Dio. La ricchezza è una trappola, un falso appoggio. È un idolo che, quando verrà meno, lascerà l’uomo nella solitudine, nella disperazione e nel buio totale (è il senso dei termini greci riferiti al ricco possidente, tradotti con “si fece scuro in volto… si rattristò”, che indicano il buio di una notte senza stelle e senza possibilità di orientamento). L’espressione: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (10,25) non va addomesticata con il ricorso al termine kàmilos (“fune”) che non passa per la cruna dell’ago, né al riferimento fantasioso a

una porta stretta di Gerusalemme, attraverso la quale un cammello (in greco, kàmelos) poteva passare con difficoltà. Si tratta invece di un’iperbole, come ce ne sono parecchie altre nell’insegnamento di Gesù (cfr. Mt 23,24: “Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!”; Lc 6,41: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”). Come tale, questa espressione intende sottolineare l’impossibilità di camminare verso la croce, quando si vuole camminare appoggiati alla ricchezza. Di fronte poi al timore di essere come depauperati da Dio per la scelta della croce a scapito dei beni che si posseggono – come lasciano trapelare le parole di Pietro (“Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”) – il discepolo non deve avere rimpianti e nostalgie, perché ritroverà sempre e comunque quanto ha lasciato per la causa di Gesù e del Vangelo: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel mondo che verrà”.

“Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,35-45)

L’insegnamento che ora Gesù propone ai discepoli (e a tutti noi) va compreso nel contesto della seconda parte del vangelo di Marco, quella che contiene le esigenze radicali che la sequela di Gesù comporta (capitoli 9-16). Di fronte alla rivelazione del suo messianismo, che si ispira alla figura del “Servo sofferente” (cfr. Is 50,4-7; 52,13-53,12) e non alle attese nazionalistiche dei contemporanei, Gesù trova il muro dell’incomprensione dei discepoli. Questo insegnamento si ispira a quanto Gesù ha appena detto nel terzo annuncio della passione, racchiuso nei vv. 32-34, che ripropongono il contenuto dei primi due annunci (cfr. Mc 8,31-32; 9,30-32). L’episodio dei due figli di Zebedeo (cioè Giacomo e Giovanni), con la loro spavalda richiesta (“Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”) si aggiunge agli altri episodi di incomprensione che caratterizzano il cammino di Gesù verso la croce. Come abbiamo già osservato, nel vangelo secondo Marco i discepoli sono presentati in tutta la debolezza della loro umanità, mentre nel vangelo secondo Matteo sono presentati come il modello del cristiano. L’opera paziente di Gesù come maestro ed educatore consiste nel condurre a poco a poco i discepoli alla comprensione del suo vero messianismo. Sullo sfondo del suo insegnamento – come viene presentato in questo episodio – si può intravedere lo stesso vocabolario sacrificale che la Bibbia (e soprattutto il profeta Isaia nei passi sopra citati) utilizza per esprimere la missione del Servo sofferente, che è figura del Cristo.
“Calice” e “battesimo” sono sinonimi di morte. “Bere il calice” indicava infatti l’accettazione della condanna a morte. L’immagine del battesimo nella Bibbia è associata all’idea dei flutti e delle acque profonde che sommergono l’uomo (Salmo 42,8: “Tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati”; Sal 69,2-3: “Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Affondo in un abisso di fango, non ho nessun sostegno; sono caduto in acque profonde e la corrente mi travolge”). Le due immagini esprimono quindi angoscia, dolore, sofferenza, martirio. “Servire” è il verbo che definisce più in profondità la persona del Messia e la sua opera (“Il Figlio dell’uomo… è venuto per servire”). Questo verbo non indica le piccole o grandi prestazioni che l’uomo è disposto a fare nella sua disponibilità verso il prossimo, ma esprime il dono totale del Messia Gesù, la cui vita è offerta per tutti: “Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti [= ebraismo che sta per “tutti”]”. Guardando Gesù che preferisce la via della croce a quella del successo, i discepoli devono anch’essi impegnarsi a intraprendere con gioia e gratitudine la via della croce, del servizio e dell’umiltà. Agli altri dieci discepoli che si indignano per la richiesta dei due fratelli Giacomo e Giovanni, Gesù propone il suo nuovo stile di vita e il suo nuovo modo di relazionarsi: “Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore; e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”.

Guarigione del cieco di Gerico (Mc 10,46-52)

Nel presentare la composizione del vangelo secondo Marco, si era detto che egli ha volutamente collocato tutti i miracoli di Gesù nella prima parte del suo scritto (capitoli 1-8), poiché la loro finalità è quella di condurre alla professione di fede nella sua divinità. Nella seconda parte (capitoli 9-16) Marco descrive l’opera paziente con cui Gesù guida i discepoli alla comprensione del suo messianismo, caratterizzato dalla croce. Il miracolo della guarigione del cieco, che Marco colloca eccezionalmente nella seconda parte del suo vangelo, non interrompe questo schema. Di fronte alla cecità dei discepoli, che non riescono ad accettare il messianismo sofferente annunciato da Gesù, l’evangelista Marco contrappone la fede del cieco di Gerico. Cieco nel corpo, questo personaggio che Gesù incontra e guarisce, non è però cieco nei confronti della vera identità di Gesù. Per questo viene presentato come il modello del vero discepolo e del vero credente. Il miracolo avviene in Gerico, la città in cui convergevano i pellegrini che dal nord della Palestina si recavano a Gerusalemme. Anche Gesù vi giunge nel suo cammino verso Gerusalemme, lungo il quale ha formato i suoi discepoli. Il cieco è chiamato con il suo nome “il figlio di Timeo” (reso anche nella versione aramaica, la lingua parlata al tempo di Gesù, “Bartimeo”). È un mendicante, abituato a chiedere, e perciò mal sopportato (“molti lo rimproveravano”).
Ma egli non esita a chiedere anche a Gesù qualcosa di straordinario (l’evangelista però usa qui il verbo “gridare”, un verbo più incisivo): “Rabbunì, che io ci veda di nuovo!”. Gesù è acclamato da lui “Figlio di Davide” (“Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”), anticipando così nella fede l’acclamazione che accoglierà Gesù nel suo ingresso, ormai imminente, in Gerusalemme (cfr. Mc 11,9-11). Gesù è acclamato anche come “Rabbunì” (“mio Signore/ mio Maestro”), un titolo “pasquale” che l’evangelista Giovanni porrà sulle labbra di Maria di Magdala nel giorno di Pasqua («Maria si voltò e gli disse in ebraico [cioè aramaico]: “Rabbunì!”, che significa “Maestro!”»: Gv 20,16). È la Pasqua infatti a illuminare tutto questo episodio, che Marco colloca in una cornice teologica. “Seduto” lungo la strada, il cieco di Gerico appare in tutta la sua debolezza e fragilità, che gli impediscono di muoversi. Ma il grido pasquale “àlzati” che gli viene rivolto capovolge la situazione (“alzarsi”, in greco eghèiro, è il verbo della risurrezione di Gesù): “risorto”, il cieco può subito seguire il Maestro, che lo ha reso suo discepolo.
Quello che i discepoli di Gesù “lungo la strada” non hanno ancora compreso, è ora compreso dal cieco di Gerico: Bartimeo “seduto lungo la strada” è il discepolo (stare seduto indica nella Bibbia il discepolo) che vede già, nella fede, la gloria di Gesù sulla Croce e nella Pasqua. Per questa fede Gesù trasforma il dono della guarigione nel dono della salvezza: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Il gesto di “gettare il mantello” indica l’abbandono di tutto ciò che ostacola la sequela di Gesù (il peccato, l’attaccamento alla ricchezza, la ricerca del prestigio). Solo chi è capace di un tale abbandono e di un tale spogliamento spirituale è in grado di seguire Gesù lungo la via della croce e lungo la via del discepolato. L’espressione: “lo seguiva lungo la strada” può essere infatti compresa come un seguire Gesù lungo il cammino della croce o lungo il cammino del discepolato.

Gesù entra in Gerusalemme (Mc 11,1-11)

La familiarità con questo evento della vita di Gesù è dovuta alla sua rappresentazione nella Domenica delle Palme di ogni anno. Nel contesto dei vangeli sinottici, questo evento dà inizio al ministero di Gesù in Gerusalemme (cfr. Mt 21,1-11; Mc 11,1-11; Lc 12,28-38; l’evangelista Giovanni segue un diverso schema narrativo [cfr. Gv 12,12-19]). In Gerusalemme il ministero di Gesù è caratterizzato da alcuni gesti significativi (come la maledizione dell’albero di fico e la cacciata dei venditori dal tempio), da diverse controversie sorte tra Gesù e i suoi ascoltatori (l’autorità di Gesù, il tributo a Cesare, la risurrezione dei morti, il comandamento più grande) e infine dal discorso escatologico (cioè riguardante i tempi ultimi [in greco, èschata]), collocato nel contesto della distruzione di Gerusalemme e del suo tempio. L’ingresso in Gerusalemme è descritto sullo sfondo di una cornice messianica, che richiama l’Antico Testamento, come il riferimento al “puledro”, che si ispira a oracoli di Isaia e Zaccaria.
Sono oracoli che delineano già la grandezza regale di Gesù che si esprime paradossalmente nella sua profonda umiltà e mitezza (cfr. Zc 9,9: “Giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”; cfr. anche Is 62,11). Marco non riporta questi oracoli, ma anche se non li esplicita, è chiaro che li sottintende. Così è anche per l’evangelista Luca (Matteo e Giovanni invece li riportano, anche se in forma un po’ accomodata: cfr. Mt 21,5 e Gv 12,15). Il riferimento alle “fronde tagliate nei campi” e stese al passaggio di Gesù, allude al Salmo 118, tutto dedicato alla liturgia della festa delle Capanne, la festa della luce e della processione trionfale che si snoda per accompagnare l’ingresso nel tempio di Gerusalemme (cfr. Sal 118,27: “Formate il corteo con rami frondosi fino agli angoli dell’altare”). Il grido “Osanna” che la folla rivolge al Signore nel tempio significa: “Dona la salvezza” e costituisce la grande acclamazione sia della folla che entra nel tempio (“Ti preghiamo, Signore: dona la salvezza [in ebraico, osanna]… Benedetto colui che viene nel nome del Signore”: Sal 118,25-26), sia ora della folla che acclama Gesù nel suo ingresso in Gerusalemme (“Osanna. Benedetto colui che viene nel nome del Signore… Osanna nel più alto dei cieli”: Mc 11,9-10).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. Come possiamo offrire la nostra testimonianza all’insegnamento di Gesù sulla ricchezza e sul suo uso, in un mondo come il nostro, diviso tra una arrogante disponibilità (e spreco) di beni e una umiliante povertà?

2. Alla luce dell’insegnamento di Gesù la povertà è per noi soprattutto affidamento a Dio, distacco quotidiano da tutto ciò che ci tenta ad affidarci al denaro, alle comodità, a uno stile di vita borghese. In chi ripongo la mia fede/fiducia? Credo che ritroverò sempre e comunque quanto ho lasciato per consacrarmi a Gesù e a seguire lui solo?

3. Come si rispecchia la mia vita in quanto l’evangelista Marco mi presenta nell’episodio della guarigione del cieco di Gerico? Qual è la mia cecità? Qual è la mia richiesta di guarigione? Quale “mantello” devo gettare e “lungo quale strada” devo seguire Gesù per essere sua vera discepola?

Don Primo Gironi, ssp

 

 

torna su